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Pitigliano la Chiesa di San Rocco

 

La chiesa fu costruita nel corso del Cinquecento come luogo di culto e di preghiera per i fedeli che abitavano nella corrispondente area del centro storico.
L'edificio religioso fu frequentato per lungo tempo, anche se la riqualificazione delle principali chiese del centro storico fece sì che divenisse soprattutto un luogo di sosta per le preghiere, mentre lo svolgimento delle funzioni religiose veniva privilegiato nelle chiese più ampie.
In tempi relativamente recenti, quasi sicuramente tra il tardo Ottocento e gli inizi del Novecento, il luogo di culto venne chiuso ed in seguito ceduto a privati che lo hanno trasformato ed adibito ad altri usi.
La chiesa di San Rocco si trovava all'interno di un fabbricato, in cui sono ben leggibili le testimonianze delle funzioni religiose a cui era originariamente adibito.
Pur essendo stato perduto l'impianto del portale d'ingresso, viste le modifiche effettuate alla facciata, rimane ben visibile una caratteristica nicchia in posizione rialzata, in cui è collocata una venerata statua, sotto la quale vi è l'iscrizione che ricorda la dedizione al santo dell'originario edificio religioso.
Il fabbricato è stato suddiviso in tre distinti livelli, ove sono state ricavate unità abitativ

Orbetello Porta Media



 


Porta Media o Terra o del Soccorso Costruita da Filippo III e terminata nel 1620, è in travertino e aveva un frontone, due guglie laterali e altri elementi architettonici ora caduti in laguna. Attalmente fra le porte di Orbetello è la meno conservata. Porta a Mare o alle Mulina Fu distruitta nel 1896, si trovava all'estremità occidentale della città, di fronte all'Argentario, nella zona detta il Porto. Porta Nuova a Terra o Porta Moedina Coeli Porta d'ingresso della città, fu costruita sotto la dominazione senese dall'architetto Antonio Maria Lari e terminata dal Cataneo. Risale al 1697 una sua successiva ristrutturazione, sotto il regno di Carlo II, e prese il nome dal vicerè di Napoli allora regnante (Luis Francisco de la Cerde duca di Medinacoeli). La sua funzione era quella di rendere ancora più sicuro il sistema difensivo da terra. Sulla facciata rivolta verso il centro storico, in alto al centro, fu collocato il busto di San Biagio e ancora lo si può vedere rivolgere la benedizione ai cittadini che escono dalla porta. Al di sotto, sopra l'epigrafe che ricorda il completamento dell'opera, lo stemma dei reali di Spagna. Sul lato destro si può invece vedere l'emblema della città di orbetello: il leone che infiocina un pesce.

Follonica il Museo del Ferro e della Ghisa

 

Fondato nel 1995, il Museo nacque per salvare dalla distruzione le fusioni artistiche e i modelli in legno ancora conservati nello stabilimento Ilva nel 1970, al momento della chiusura delle officine; i macchinari delle fonderie furono invece in gran parte demoliti. I reperti, ospitati in varie sedi, furono trasferiti nella sede definitiva del Forno di San Ferdinando nel 1998. L'allestimento documenta l'attività locale di lavorazione artistica del ferro e conserva reperti etruschi e ottocenteschi. La raccolta è costituita da arnesi da lavoro, modelli in legno per opere artistiche di fusione e oggetti in ghisa prodotti nelle fonderie di Follonica. Ne fa parte anche un forno fusorio etrusco originale. Più recentemente, ha acquisito una raccolta di arnesi da lavoro donati da ex fonditori locali. È affiancato da una Mediateca che conserva carte, disegni e un ricco corredo fotografico, oltre a un piccolo numero di testimonianze orali registrate che si riferiscono alla storia dello stabilimento. Il Museo è inserito nel perimetro magonale e fa parte di un affascinante itinerario all'interno dell'area dell'ex stabilimento Ilva. Il percorso presenta suggestive testimonianze della lunga stagione del ferro: il cancello di ferro lavorato e di getti, i casotti di guardia, il palazzo granducale, la palazzina del direttore, la residenza dei dipendenti, le fonderie n. 1 e 2, la torre idraulica, il forno tondo San Ferdinando, il bottaccio, la torre dell'orologio e altri edifici connessi al buon funzionamento del grande stabilimento.

Grosseto il Pozzo dello Spedale e il Pozzo della Bufala

 


Il Pozzo dello Spedale è un pozzo-cisterna situato in Piazza San Francesco .
L'opera venne realizzata nel 1465 dallo Spedale di Grosseto, all'epoca dipendente da quello di Santa Maria della Scala di Siena, la cui sede era nell'edificio che si affaccia sul lato orientale di Piazza San Francesco, che attualmente ospita il Polo Universitario Grossetano.
L'istituzione committente dei lavori ha conferito la denominazione a questo pozzo-cisterna, che venne costruito per favorire l'approvvigionamento idrico della struttura ospedaliera e delle abitazioni situate nella parte settentrionale del centro storico; la città di Grosseto, infatti, da sempre ha sofferto della mancanza d'acqua a causa delle precipitazioni piuttosto scarse e irregolari e dell'assenza di sorgenti nelle aree circostanti.
Con il miglioramento del sistema di rifornimento idrico cittadino, avvenuto tra il Settecento e l'Ottocento, l'opera perse quelle che erano le sue originarie funzioni, tanto da andare incontro ad un lento ed inesorabile declino. Una serie di restauri avvenuti durante il secolo scorso hanno permesso di riportare il pozzo monumentale al suo antico splendore.



Il Pozzo della Bufala è un pozzo-cisterna situato nel Chiostro di San Francesco a Grosseto. La denominazione è stata conferita da una bufala che, per fuggire al macello a cui era destinata, entrò all'interno del chiostro precipitando e morendo nell'enorme buca che era stata scavata per
L'opera venne realizzata nel 1590 al centro del cortile del chiostro del Convento di San Francesco, che precedentemente si presentava sotto forma di un prato erboso.
La realizzazione del pozzo-cisterna, che aveva lo scopo di approvvigionare il convento, fu commissionata da Ferdinando I de' Medici, per poter sostituire il preesistente pozzo, situato all'esterno dell'attuale area conventuale, che fu abbattuto durante i lavori di costruzione delle Mura medicee.
Con la costruzione del pozzo, l'area erbosa all'interno del chiostro venne completamente lastricata.

Aspetto attuale Il Pozzo della Bufala si presenta come una struttura monumentale in travertino, collocata lungo la diagonale al centro del cortile del Chiostro di San Francesco, che in quel punto risulta rialzato per accogliere la sottostante cisterna.
Il pozzo propriamente detto si trova al centro del doppio basamento circolare e presenta ancora oggi l'apertura per incanalare l'acqua piovana nella cisterna interrata; lungo la struttura muraria che lo delimita vi è collocato uno stemma. Lateralmente si elevano due colonne a sezione circolare che culminano con capitelli, sui quali poggia la pregevole struttura architravata che caratterizza il coronamento sommitale, sul quale poggiano due pinnacoli laterali ed uno centrale più ampio e di forma sferica.

Massa Marittima il Cassero Senese

 

Il Cassero Senese di Massa Marittima è una struttura fortificata situata nella parte alta del centro storico dell'omonima località.
La fortificazione fu costruita, a più riprese, tra il Duecento e il Trecento.
I lavori ebbero inizio nel 1228, per delibera del Comune di Massa Marittima, con la realizzazione della Torre dell'Orologio e proseguirono, durante il secolo successivo, con la costruzione della Porta delle Silici e del rimanente complesso fortificato.
Il luogo assunse una rilevanza strategica, dopo che il vicino Castello di Monteregio venne venduto ad alcune locali famiglie; l'intera struttura svolgeva, infatti, funzioni di avvistamento ma anche di difesa ed offesa.
Tuttavia, dal XV secolo in poi, Massa Marittima andò incontro ad una gravissima crisi demografica, protrattasi per alcuni secoli fino all'Ottocento. Tutto ciò, determinò un lento declino del complesso fortificato che, in alcuni punti, mostra ancora i segni del lunghissimo degrado, nonostante i restauri condotti durante il secolo scorso che hanno comunque permesso di riportare l'intera struttura agli antichi splendori.
Il Cassero Senese di Massa Marittima si presenta come una complessa e articolata struttura fortificata, costituita da una serie di corpi e cortine murarie coronate da archetti ciechi che poggiano su una serie di mensole sporgenti; lungo le cortine sono inclusi anche bastioni e torri.
Il complesso è direttamente unito attraverso un'imponente arcata alla Torre del Candeliere e alla Porta delle Silici, entrambe inglobate nel complesso.

Semproniano la Pieve dei Santi Vincenzo e Anastasio

 
La pieve dei Santi Vincenzo e Anastasio è un edificio sacro situato a Semproniano. Il paramento murario a filaretto, il portale ed alcune aperture tamponate rivelano l'origine medievale dell'edificio, ad una sola navata terminante in una scarsella e completato sul retro da un campanile. All'esterno, tre monofore strombate di gusto gotico ed una epigrafe che documenta restauri avvenuti nel 1579. L'interno, diviso in quattro campate da arconi a tutto sesto e coperto a capriate, conserva alcuni resti di elementi decorativi duecenteschi (formelle con rosette, due capitelli e un'acquasantiera). All'altare maggiore è un dipinto seicentesco (la "Madonna con Sant'Antonio abate, Santa Lucia ed il pievano con il mostro dei Vignacci") legato alla leggenda di un pievano che riuscì ad un uccidere un mostro che infestava la zona.

Porto Santo Stefano la Fortezza Spagnola



La Fortezza Spagnola è un'imponente fortificazione costiera situata in posizione dominante all'interno dell'abitato di Porto Santo Stefano, frazione del comune di Monte Argentario.
Il complesso venne costruito dagli Spagnoli tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, dopo che Porto Santo Stefano entrò a far parte dello Stato dei Presidi. Il luogo scelto per la costruzione della struttura fortificata difensiva era già stato scelto dai Senesi per la realizzazione della Torre di Santo Stefano durante il periodo quattrocentesco.
Della preesistente torre furono utilizzati alcuni materiali edilizi dopo la sua demolizione voluta dagli Spagnoli perché non ritenuta all'altezza del più efficiente sistema difensivo costiero in fase di realizzazione.
I lavori di costruzione del complesso difensivo andarono tuttavia avanti molto a rilento, terminando soltanto nel 1636 con alcune modifiche migliorative apportate dopo l'elaborazione di un successivo progetto migliorativo dell'ingegnere militare Pedro Alvarez. La fortificazione svolse efficacemente per secoli le sue funzioni difensive, riuscendo in varie circostanze a resistere e a respingere attacchi ed incursioni nemiche provenienti dal mare.

All'inizio dell'Ottocento i Francesi potenziarono la struttura difensiva per resistere ad eventuali assalti di navi britanniche durante il periodo napoleonico. In seguito, l'intero territorio entrò a far parte del Granducato di Toscana e i Lorena effettuarono alcuni interventi di restauro delle pavimentazioni. Dopo l'Unità d'Italia, la fortezza continuò a svolgere le funzioni militari divenendo un presidio strategico durante la prima guerra mondiale, mentre nel dopoguerra della seconda guerra mondiale furono aggiunti i due corpi di fabbrica sulla terrazza più elevata per ospitare temporaneamente gli uffici comunali a seguito dei pesanti bombardamenti che avevano interessato l'intero abitato.
Una serie di restauri portati avanti nella seconda metà del secolo scorso hanno permesso di riportare l'intero complesso agli antichi splendori.
Attualmente la Fortezza Spagnola si presenta come un imponente complesso che si sviluppa a pianta quadrangolare, con imponenti basamenti a scarpa che nella parte alta culminano con un coronamento di mensole sporgenti che racchiudono altrettante caditoie, ove trova appoggio il parapetto che delimita le terrazze sommitali: tale coronamento ricorda negli elementi stilistici quello che caratterizza anche la Torre di Buranaccio.
La fortificazione è costituita da due corpi di fabbrica addossati tra loro, con quello di altezza minore che si articola sul lato rivolto verso il mare.
Le pareti esterne presentano alcuni tratti rivestiti in pietra (prevalentemente agli angoli) ed altri in intonaco scialbato, con numerose feritoie che si aprono a varie altezze. L'accesso al complesso avviene sul lato rivolto verso terra, ove una porta d'ingresso si apre al livello superiore, preceduta da una lunga e caratteristica rampa di scale esterna che termina con un ponte che ha sostituito il perduto ponte levatoio ligneo originario. Una serie di camminatoi, protetti da cortine murarie, collegano le varie parti della fortezza, tra i quali una serie di rampe di scale coperte che conducono alla terrazza più elevata, ove furono costruiti i due fabbricati posticci per ospitare la sede e gli uffici comunali dopo la seconda guerra mondiale. Originariamente, la parte sommitale era caratterizzata dalla presenza di una serie di garitte purtroppo perdute.
Nella parte interna corrispondente al basamento a scarpa vi erano le cisterne che garantivano grandi depositi di acqua, mentre ai livelli superiori si trovavano gli spazi adibiti per gli alloggi delle sentinelle. Attualmente vi ha sede un museo ed uno spazio espositivo.

Castiglione della Pescaia la Casa Rossa Ximenes

 


La Casa Rossa Ximenes è un edificio situato a Castiglione della Pescaia. La sua ubicazione è a est del centro abitato, all'estremità occidentale dell'area palustre della Riserva naturale Diaccia Botrona.
Il complesso fu costruito da Leonardo Ximenes nel 1765, durante i lavori di bonifica della Maremma grossetana, che in quest'area dovevano portare al prosciugamento dell'antico Lago Prile, o Lago di Castiglione, attraverso un'imponente opera ingegneristica di canalizzazione.
Lo Ximenes fu incaricato di effettuare i lavori di bonifica dai granduchi di Lorena, le cui opere furono definitivamente concluse soltanto negli anni Cinquanta del secolo scorso.
La costruzione della Casa Rossa era finalizzata unicamente per il controllo del flusso delle acque tra la vasta area palustre ed il vicino Mar Tirreno.
La Casa Rossa Ximenes si presenta come un caratteristico complesso architettonico costituito da un corpo di fabbrica principale che poggia su una struttura a tre arcate, sotto la quale passano le acque che dalla Diaccia Botrona tendono a defluire verso il mare. Il corpo di fabbrica principale, che si articola su due livelli, è addossato su ciascun lato ad un altro corpo di fabbrica.
Sui due livelli del corpo di fabbrica principale si aprono una serie di finestre di forma quadrangolare, ciascuna delle quali è separata da quella attigua da una lesena che attraversa verticalmente l'intera facciata; sui corpi di fabbrica laterali che presentano un livello in meno vi è soltanto una finestra tamponata. Dal lato meridionale del complesso origina un ponte a cinque ordini di arcate che unisce l'area del complesso architettonico alla zona palustre prospiciente.
Sotto il corpo principale del fabbricato vi è il sistama di cateratte ideato da Leonardo Ximenes per permettere di controllare il flusso delle acque.
All'interno del complesso architettonico è ospitato il Museo multimediale della Casa Rossa Ximenes.

Gavorrano il Pozzo Roma

 

Il Pozzo Roma (situato a quota +200 m slm) è il simbolo della Miniera di Gavorrano (GR). Il castelletto di estrazione del pozzo è attualmente costituito da una torre verticale a traliccio in ferro che sostiene le guide e porta in alto le molette (funi) e da una coppia di puntoni obliqui leggermente divaricati verso il basso, che hanno il compito di resistere alla risultante del tiro delle funi. Gli edifici circostanti ospitano gli ambienti di servizio del pozzo (sala argano, cabine elettriche) e gli impianti della laveria per il trattamento del minerale.
Il suo scavo fu iniziato nel 1914 e già alla fine di quell'anno raggiunse il livello +150 m slm. Per renderlo subito efficiente venne rivestito in parte in legname ed in parte in muratura e venne dotato di un castelletto e di un argano di estrazione, successivamente sostituito con quello che è visibile adesso. Attraverso questo pozzo si effettuava l'estrazione del minerale dai cantieri sotterranei che erano collegati attraverso una serie di gallerie di carreggio, poste a diversi livelli e alcune lunghe decine di chilometri. Per questo motivo è situato nei pressi dell'impianto di frantumazione e di arricchimento della pirite (l'impianto delle Laverie). Da questo momento in poi, quindi, diviene il fulcro della Miniera di Gavorrano, dato che gran parte del minerale estratto usciva da questa struttura.
Pozzo RomaNel 1915 raggiunse la profondità di +90 m slm.
Nel 1922 venne ampliata la cabina dell'argano.
Nel 1954 fu installato un nuovo argano a tamburi cilindrici dalla potenza di 50 HP e l'anno successivo venne modificata l'apparecchiatura per il carico e dosaggio automatico in maniera da garantire una portata di circa 120 tonnellate orarie.
Nell'anno 1963 venne sostituito il vecchio impianto di estrazione con un nuovo argano a puleggia d'aderenza detto Sistema Koepe dotato di apparecchiature elettromeccaniche di comando e controllo e messo in funzione un motore della potenza di 750 HP. (La puleggia d'aderenza Koepe è un particolare organo per il sistema di avvolgimento della fune che permette un perfetto equilibramento automatico). Con questo sistema le operazioni di carico e scarico divennero più rapide (la durata era di circa 1 minuto). L'impianto di estrazione era costituito da skip della portata di 4,223 vagoni da 400 litri ciascuno. Ogni skip veniva riempito automaticamente e ripartiva alla velocità di 9 m/sec.
Nel 1970 il Pozzo Roma fu approfondito fino al livello –140 m slm che ne è tuttora la base.
Fino alla metà degli anni ‘ 70 le operazioni di carico e scarico veniva eseguita in 2 turni di lavoro, e successivamente fu organizzata in un solo turno durante il quale gli skip compievano circa 300 corse estraendo circa 500 mc di minerale (circa 2.500 tonnellate).

Manciano la Rocca Aldobrandesca

 

La Rocca aldobrandesca di Manciano si trova nel centro storico dell'omonima località, in una posizione dominante da dove è possibile osservare in modo ottimale una vastissima area ad ovest dell'abitato fino al mare. La rocca venne costruita nel corso del XII secolo, divenendo proprietà della famiglia Aldobrandeschi. Dagli inizi del Trecento in poi, vi furono numerose contese per il controllo della fortificazione, considerata da molti in posizione strategica. Dopo una breve occupazione da parte degli Orvietani, la rocca passò agli Orsini di Pitigliano che la controllarono fino al Seicento, a parte un temporaneo dominio senese nella prima metà del Quattrocento durante il quale furono effettuati alcuni lavori di ristrutturazione ed ampliamento. Attorno alla metà del Seicento, Manciano e la sua rocca entrarono a far parte del Granducato di Toscana, assieme ai rimanenti territori della Contea degli Orsini, che scompariva definitivamente dallo scenario geopolitico. Nella seconda metà del Settecento furono effettuati lavori di restauro per salvare la fortificazione dal degrado; un ultimo intervento di recupero è stato condotto nel secolo scorso. La Rocca aldobrandesca di Manciano sorge un basamento quadrangolare delimitato da cortine murarie. Il complesso è costituito da due corpi di fabbrica addossati tra loro su un lato, uno più ampio, di altezza minore, a sezione quadrangolare e uno più alto che costituisce la torre della rocca. L'edificio principale presenta basamenti a scarpa, pareti interamente rivestite in pietra dove si aprono finestre disposte su tre livelli; la parte alta, cordonata, è coronata da una caratteristica merlatura sommitale. La torre è caratterizzata, anch'essa, da una parte alta cordonata e dalla merlatura sommitale che riprendono perfettamente l'aspetto estetico dell'altro corpo di fabbrica. Le pareti in pietra presentano meno aperture e il basamento a scarpa è molto più alto e pronunciato, circondato su tre lati da cortine murarie che delimitano una sorta di piccolo fortilizio, addossandosi alla parte bassa dell'altro corpo di fabbrica. Il complesso è attualmente sede del Comune di Manciano.

Arcidosso la Rocca Aldobrandesca

 

La Rocca aldobrandesca di Arcidosso si trova nella parte più alta del centro storico dell'omonima località del Monte Amiata. Il termine rocca, anziché castello, è legittimato da una origine indubbiamnete militare delle prime costruzioni. Successivamente però la struttura è andata qualificandosi come castello, per essere stata utilizzata sempre più, dal medioevo ad oggi, in funzione civile e istituzionale. La rocca venne costruita probabilmente intorno all'anno 950 in piena epoca medievale, forse dalla famiglia Aldobrandeschi su preesistenti costruzioni di epoca longobarda; passò successivamente nella Contea di Santa Fiora a seguito della spartizione dei beni tra i due rami della famiglia. Recenti studi archeologici hanno stabilito che, quando intorno al 1100 gli Aldobrandeschi decisero di costruire la torre maestra, la rocca possedeva di già un palazzo in pietra di due piani fatto edificare molto probabilmente dal Merchese Ugo di Toscana tra il 970 e il 995. Quello di Arcidosso è il più antico palazzo extraurbano di governo statale in Italia e uno dei più antichi d'Europa. Qui risiedevano i Visconti del Monte Amiata nominati da Ugo. Gli Aldobrandeschi trasformarono e ampliarono la Rocca sopraelevando di due piani il palazzo torri e cinte murarie merlate. Gli ultimi interventi medievali furono eseguiti dalla Repubblica di Siena dopo il 1332. Infatti nel corso del Trecento i Senesi cercarono più volte di espugnare il luogo, cosa che avvenne nel 1331 grazie all'assedio portato avanti da Guidoriccio da Fogliano; da allora Arcidosso e la sua rocca entrarono a far parte della Repubblica di Siena. Gli eventi storici successivi si legano con la storia della Repubblica senese. Nel 1980, nel Palazzo Pubblico di Siena, è venuto alla luce un affresco di probabile attribuzione a Simone Martini, in cui appare il Castello di Arcidosso in un contesto di non facile interpretazione, ma che sembra riferibile alla conquista di Guidoriccio da Fogliano del 1331. Nella seconda metà del Cinquecento, a seguito della definitiva caduta di Siena, il luogo venne inglobato nel Granducato di Toscana, segunedone le sorti da quel momento in poi. La Rocca aldobrandesca di Arcidosso è costituita da un imponente edificio a due corpi di fabbrica (uno dei quali più ribassato), caratterizzati, nell'insieme, da una sezione quadrangolare che poggia, a tratti, su imponenti basamenti a scarpa; le pareti esterne sono rivestite in filaretto. Il lato settentrionale del complesso fortificato si caratterizza per la presenza di una torre che si eleva oltre il tetto del corpo di fabbrica più alto. La sommità della torre è coronata da una serie di archetti ciechi poggianti su mensole, che costituiscono la base della merlatura soprastante.

Castel del Piano Raccolta d'Arte Museo Nerucci

 

Custodita in una sala al piano nobile di Palazzo Nerucci la raccolta è costituita da un nucleo di opere che giungono da un lascito di fine ‘800 della famiglia Vegni all’Ospedale di Casteldelpiano. Di provenienza privata, la raccolta si caratterizza per la sua natura fortemente collezionistica, presentando una significativa serie di paesaggi e vedute. Tra le nove opere esposte spicca tuttavia un altro genere: quello del ritratto. Occorre segnalare infatti il pregiato autoritratto in pastello dell’artista veneziana Rosalba Carriera (1675 - 1757) ed il ritratto di Cosimo III dei Medici, anch’esso di mano femminile, eseguito in ricamo su seta. La raccolta, di proprietà della A.S.L.9 – Grosseto, è data in comodato al Comune di Casteldelpiano. Nella stessa sala è presente anche un bozzetto di Giuseppe Nicola Nasini acquistato nel 2005 dall’Amministrazione Comunale.

Seggiano Santuario della Madonna della Carità




Uno dei monumenti più importanti della paese e forse il più spettacolare dell’Amiata si trova però a valle, appena fuori del borgo, immerso tra gli olivi secolari, ed è lo splendido Santuario della Madonna della Carità, l’unico esempio del senese legato al gusto manieristico mitteleuropeo. L’edificio fu costruito tra il 1589 e il 1603 da maestranze prevalentemente luganesi in seguito ad un voto fatto per la cessazione di un drammatico periodo di carestia e fu voluto dal Vescovo di Pienza Francesco Maria Piccolomini e dalla famiglia di origine senese degli Ugurgeri, i maggiori contribuenti della fabbrica, insieme alla comunità e al popolo di Seggiano, i cui stemmi campeggiano sulla facciata della chiesa La sua origine è da mettere in relazione alla religiosità popolare che ebbe un grande impulso nella zona dopo le grandi carestie degli ultimi decenni del cinquecento che portano il popolo ad affidarsi alla protezione di Dio e della Vergine come ultimo ed unico rifugio e che spiegano anche la leggenda che avvolge la fondazione del tempio ricordata ancora a Seggiano: la Madonna della Carità avrebbe concesso un pane miracoloso ad una madre che l’aveva invocato.
La sua collocazione, fuori dal centro storico, è tipica delle nuove chiese rinascimentali e la sua costruzione è da mettere in relazione anche al clima di rinnovato sviluppo del culto mariano tipico del movimento controriformista di cui si fece portavoce lo stesso granduca Ferdinando I dei Medici. La chiesa, che resta un monumento molto interessante sul piano architettonico, conservando ancora le forme e decorazioni originarie, ha però la sua peculiarità, rispetto ad altri edifici religiosi contemporanei, nella varietà degli elementi decorativi ed ornamentali in trachite, nel suo particolare carattere artistico derivato dalla cultura eclettica portata dai maestri luganesi cui è attribuita l’opera. In una ricerca del 1985 Renato Zangheri assegna la paternità dell'opera a Giovanni della Valle di Lugano, uno dei tanti maestri tagliapietre e capomastri del Canton Ticino attivi a Seggiano nella seconda metà del cinquecento.
La facciata, dove le decorazioni in trachite contrastano con il fondo chiaro dell'intonaco, si presenta su due ordini, in basso dorico e nella parte superiore composito segnato da un architrave con metope e triglifi. Sul portale sostenuto da due colonne e due pilastri simmetrici con capitello composito, vi è l'affresco di una Annunciazione dentro una cornice a volute. La cupola in mattoni è a quattro spicchi, il campanile è a doppia vela. L'interno, suddiviso in tre navate piuttosto accentrate, è coperto con volte a botte nella parte centrale e a crociera nelle navate laterali. I sei altari laterali in trachite furono fatti costruire su committenza dei vari esponenti della famiglia Ugurgeri e conservavano dei dipinti su tela tutti trafugati negli anni '60.Nell'altare maggiore del presbiterio è posto un affresco con la Madonna con il bambino


Roccastrada la Torre dell'Orologio


 


La struttura originaria risaliva al XIV sec. e fu ricostruita in stile dopo l’ultima guerra mondiale, durante la quale venne distrutta. Rappresentava il fulcro delle fortificazioni del castello di Roccastrada e ne proteggeva l’accesso nord; la porta della Madonnina rappresentava l’ingresso sud. La struttura coronata da archetti pensili la rende somigliante a quella del Mangia di Siena, ed è preceduta da un antiporto di scopo difensivo

Campagnatico la Rocca Aldobrandesca





La Rocca aldobrandesca di Campagnatico si trova nella parte più alta del centro storico dell'omonima località della Valle dell'Ombrone. Una prima fortificazione venne costruita nel corso del X secolo dagli Aldobrandeschi e, nel corso dei secoli successivi, vennero completati i lavori di incastellamento del borgo che ebbero termine nel Duecento con la realizzazione della rocca e della cinta muraria. Proprio in epoca Duecentesca iniziò a farsi sentire l'influenza senese che determinò una serie di conflitti che culminarono con l'uccisione di Omberto Aldobrandeschi, episodio ricordato anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Purgatorio, XI, 52-72). Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento il luogo venne completamente assoggettato alla Repubblica di Siena. Dopo alcuni danneggiamenti subiti dalla rocca e dalla cinta muraria tra la seconda metà del Trecento e gli inizi del Quattrocento, l'intero complesso fortificato fu completamente ristrutturato utilizzando i materiali di recupero in pietra. A metà Cinquecento, con la definitiva caduta della Repubblica senese, Campagnatico e la sua rocca entrarono a far parte del Granducato di Toscana e, da allora, ne seguirono le sorti. Nei secoli successivi la rocca ha subito alcuni interventi di ristrutturazione e rimaneggiamento che hanno modificato in parte il suo aspetto originario. [modifica] Aspetto attuale La Rocca aldobrandesca di Campagnatico si trova in posizione dominante sull'intero abitato, sulla Valle dell'Ombrone e su tutto il territorio collinare circostante. Il complesso è costituito da una torre a sezione quadrangolare, con un imponente basamento a scarpa. Le pareti sono completamente rivestite in pietra, con alcune finestre che si aprono ad altezze diverse; su un lato, la torre è addossata ad un'alta cortina muraria che rende il complesso ancora più possente. Attorno alla torre si trovano alcuni edifici in pietra, originariamente facenti parte del complesso, che hanno subito alcune modifiche nei secoli scorsi.

Roccalbegna la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

 

Situata in piazza XX settembre, la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, fulcro della vita religiosa di Roccalbegna, dopo i crolli avvenuti intorno al 1955 rischiava di cadere in rovina se sapienti lavori di consolidamento non l’avessero recuperata. Costruito intorno al 1296 in forme romaniche, questo interessantissimo edificio, che costituisce anche una piccola galleria d’arte poiché vi sono custodite opere di alto valore artistico, venne interessato, alla fine del Trecento, da importanti lavori di ristrutturazione che donarono alla facciata il bel portale gotico. Caratterizzato da una profonda strombatura, è dotato di una ricca decorazione scultorea ed è sormontato dall'architrave che, a causa di un antico assestamento del terreno, è fortemente inclinato verso destra. L’interno, che si presenta ad una sola ampia navata rettangolare conclusa da un’abside quadrangolare, conserva una grande tela secentesca recentemente attribuita a Francesco Nasini raffigurante, in una tempestosa atmosfera, La Madonna del Carmine e i santi Cristoforo (patrono di Roccalbegna) e Jacopo. Lungo la parete sinistra sono collocati un grande Crocifisso ligneo probabilmente del XIV secolo e la bella tela secentesca, anch’essa attribuita a Francesco Nasini, raffigurante la Crocifissione. Oltre alle tavole della Madonna col Bambino di Ambrogio Lorenzetti, collocate dietro l’altare maggiore, e a numerosi altri manufatti artistici, si conserva vicino all’ingresso un tempietto in pietra con affreschi di scuola senese del XVI secolo all’interno del quale è stato collocato il pregevole fonte battesimale proveniente dall’Oratorio del Crocifisso, sempre a Roccalbegna. Va infine segnalato, presso l’ingresso, un raro stendardo di seta che da un lato reca lo stemma dei Lorena e dall’altro una scritta inneggiante al movimento antigiacobino detto del “Viva Maria”, una significativa testimonianza storica oltre che artistica degli ultimi anni del XVIII secolo.

Scarlino la Rocca Aldobrandesca


 

La Rocca aldobrandesca, nota anche come Rocca Pisana o Castello di Scarlino si trova nella parte più alta del centro storico dell'omonimo comune della provincia di Grosseto. Il Castello di Scarlino sorse come rocca nel corso del X secolo, per volere degli Aldobrandeschi, in un'area che aveva dato alla luce reperti di epoca preistorica. Il complesso rimase di proprietà della famiglia Aldobrandeschi fino alla fine del Duecento, eccetto un breve e temporaneo passaggio alla famiglia Alberti di Mangona. Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento il castello fu ceduto ai Pisani che lo controllarono per quasi un secolo; proprio in questo periodo fu completamente ristrutturato il complesso. Nel 1398 sia Scarlino che la sua rocca entrarono a far parte del Principato di Piombino, sotto la cui giurisdizione rimase fino al 1815, anno in cui entrò a far parte definitivamente del Granducato di Toscana. Dopo un lungo periodo di degrado che ha compromesso una parte dell'antica fortificazione, sono stati condotti importanti interventi di restauro negli ultimi anni del Novecento che hanno permesso di salvare il complesso, cercando di riportarlo agli antichi splendori. La Rocca aldobrandesca di Scarlino si trova in posizione dominante rispetto all'abitato, all'area meridionale delle Colline Metallifere grossetane e alla parte settentrionale della Maremma grossetana; si presenta sotto forma di imponenti ruderi ottimamente recuperati grazie ai lavori di restauro effettuati negli ultimi due decenni del Novecento. Il complesso attuale, risalente alla ristrutturazione tardo medievale, è costituito da 3 torri angolari differenti tra loro, unite tra loro da una serie di cortine murarie di altezza diversa. La torre nord-orientale si presenta a sezione circolare, con una porta ad arco tondo; attorno ad essa si sviluppano i resti di cortine murarie che dovevano racchiudere, in passato, un bastione o un fortilizio. La torre sud-orientale presenta una sezione quadrata, mentre quella sud-occidentale è rettangolare e di altezza minore rispetto alle altre. L'intero complesso, interamente rivestito in pietra, poggia su strutture molto più antiche che testimoniano l'origine alto medievale del castello.

Grosseto Il Monumento a Canapone


Il Monumento a Canapone è un monumento situato in Piazza Dante.Il monumento, dedicato al granduca Leopoldo II di Lorena che fu amichevolmente soprannominato Canapone dai Grossetani, fu realizzato dallo scultore ascianese Luigi Magi poco prima della metà dell'Ottocento. La sua collocazione al centro di Piazza delle Catene risale alla primavera del 1846.IL monumento si trova nel punto in cui sorgeva un pozzo che, nei secoli precedenti, era necessario per il rifornimento idrico delle abitazioni situate nella corrispondente area del centro storico; la cisterna sottostante fu interrata nello spazio corrispondente all'area delimitata dalla circonferenza rialzata.Il Monumento a Canapone è un gruppo scultoreo in marmo bianco collocato sopra un alto basamento.La statua centrale, di altezza superiore a tutte le altre, rappresenta il granduca Leopoldo II di Lorena, a cui è dedicata l'opera. Canapone presenta un volto rilassato, con la caratteristica barba e lo sguardo rivolto alla sua sinistra verso la donna dal volto triste che tiene con la sua mano sinistra risollevandola. La donna è la madre del bambino morente che si appoggia con la testa sulla sua coscia sinistra. La donna costituisce la rappresentazione allegorica della Maremma, il bambino morente del futuro a cui sembrava essere destinata. Tuttavia, nello sguardo della donna rivolto verso il granduca si scorgono segnali di speranza.Con la mano destra, il granduca un bambino nudo, di età superiore a quello scolpito nell'altra statua, che schiaccia con i suoi piedi un serpente che, al tempo stesso, viene morso da un grifone. Allegoricamente, questo bambino tenuto per mano dal granduca rappresenta il cambiamento positivo che Leopoldo II di Lorena è riuscito a dare per il futuro della terra di Maremma, contribuendo a debellare la malaria che viene rappresentata dal serpente morente, alla cui uccisione collabora anche il grifone che rappresenta la città di Grosseto, della quale oggi ne costituisce sia il simbolo che lo stemma comunale.