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Gavorrano la Pieve di San Giuliano

La pieve di San Giuliano è un edificio sacro situato nel centro storico di Gavorrano, in provincia di Grosseto.
L'originaria pieve medievale risultava già esistente nella seconda metà del XII secolo, essendo citata in una bolla papale datata 1188, anno in cui rientrava nei confini pastorali della diocesi di Grosseto. Il luogo di culto risultava essere una pieve autonoma nelle Rationes Decimarum del tardo Duecento e degli inizi del Trecento, che aveva come suffraganee le varie chiese di Caldana e Ravi. Originariamente l'edificio era dedicato a San Gusmé, come si evince dal documento datato 1321 riguardante la sepoltura di Paganello Pannocchieschi. L'intitolazione a San Giuliano risale al 1529.
La chiesa fu ricostruita alla fine del XVIII secolo in sostituzione della precedente, eretta nello stesso luogo sulle mura della rocca, come attesta l'antica muratura del campanile in blocchi di pietra squadrata.
L'abside e la facciata, che si presenta tripartita con un coronamento ad archetti, risalgono ad un intervento del 1927, come si può leggere sull'architrave.
L'interno, diviso da pilastri in tre navate con due altari laterali settecenteschi in stucco e gesso; l'altare maggiore ospita la Madonna col Bambino di Giovanni d'Agostino, preziosa statuetta in marmo (1336 ca.).
Fra le opere pittoriche, la seicentesca Madonna del Buonconsiglio, esposta entro una raffinata macchina lignea ottocentesca. Nella parete di fondo trova posto una tela settecentesca con una Annunciazione e un Battesimo di Cristo, contemporaneo all'opera precedente, ma di qualità inferiore.
Accanto all'ingresso è situata la cinquecentesca acquasantiera a muro in marmo.

Campagnatico la Chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa, dedicata a San Giovanni Battista, che si trova alla sommita dell'abitato, risale alla seconda metà del diciottesimo secolo e fu elevata a titolo di prepositura alla fine del diciassettesimo secolo. Si sviluppa su pianta a croce latina terminante con abside retta affiancata da due cappelle.La facciata con paramento murario in travertino, silice ed arenaria, presenta il portale centrale architravato sormontato da un arco a tutto sesto con decorazioni e un rosone in alto; termina con un coronamento ad arcatelle con protome ovina al centro del retto a capanna. L'interno a navata unica con presbiterio rialzato, e coperto a capriate di legno, mentre le cappelle e l'abside sono coperte con volte a crociera costolonate a mattoni e inquadrate da ampi archi ogivali che si impostano su pilastri. Il campanile adiacente al fianco destro era originariamente una torre della cinta muraria. Accanto alla chiesa, ritrova la canonica preceduta da un cortile, con pozzo a pianta esagonale, cui si accede da un arco a ogiva.Questa tuttavia è stata piu volte restaurata nel corso dei secoli e recentemente tra il 1981 e il 1986. Sulla facciata e murato uno stemma vescovile con iscrizione. Entrando a destra si trova un'acquasantiera a fusto datata 1586, con lo stemma di Campagnatico. In chiesa è conservato inoltre un ciborio ligneo intagliato e dorato con sei sportellini dipinti riferibile a minifattura senese del XVI secolo, attualmente in restauro. Negli scomparti sono raffigurati la resurrezione dei Santi Giovanni, Pietro e Paolo, del Salvatore e della Vergine. Nel sottarco del coro una serie di formelle ad affresco di scuola senese del sedicesimo secolo raffigura, a mezza figura, gli Apostoli. Nella parrocchiale sono anche stati collocati, dopo il restauro e il distacco, una serie di affreschi staccati provenienti dalla pieve di Santa Maria delle Grazie.Il ciclo raffigura le storie della vergine. Sono Stati recuperati: La nascita della Vergine; La presentazione al Tempio; L'assunzione e l'incoronazione di Maria; I Profeti Daniele e Mosé; Lo sposalizio della Vergine; La morte della Vergine; I busti dei Profeti.Il restauro ha permesso di scoprire e decifrare un'iscrizione che reca la data e la fine di questa opera eseguite nel 1393 da Cristoforo di Bindoccio (documentato a Siena 1361-1407) e Meo di Pero (documentato a Siena 1378-1407).Gli affreschi sono significativi per decifrare il percorso artistico di questi due pittori che ebbero notevole peso nell'ambiente senese del tempo. Il Linguaggio di carattere popolaresco, i volti dai ratti marcati e grotteschi, la mimica vivace e l'evidente caduta di qualità sono giustificate dalla data di esecuzione piuttosto tarda, che distanza queste opere da altre di migliore qualità, come per esempio i dipinti nell'ospedale di Santa Maria della Scale a Siena .Patrimonio della chiesa è una pregevole Madonna col Bambino riferibile ad un pittore duccesco riconosciuto di recente come Giudo di graziano, ricordato nei libri di Biccherna dal 1278 al 1302. L'opera, significativo esempio della pittura senese tra la fine del Due e gli inizi del Trecento, documenta la fase più tarda di questo pittore allineato ai moduli ducceschi. L'opera è attualmente in deposito

Argentario Torre Ciana

La Torre Ciana si trova all'estremità meridionale del Monte Argentario, sulle pendici di un promontorio situato alcuni chilometri a ovest rispetto alla non lontana Torre Avvoltore, raggiungibile attraverso la strada panoramica costiera.

La struttura difensiva costiera fu costruita dai Senesi nel corso del Quattrocento, probabilmente su progetto di Francesco di Giorgio Martini, per rafforzare il sistema difensivo lungo il tratto litoraneo meridionale del territorio della Repubblica di Siena. La torre era stata infatti realizzata su un promontorio con funzioni di avvistamento e di difesa attiva e passiva lungo il tratto costiero meridionale dell'Argentario.
Nella seconda metà del Cinquecento, la torre divenne uno dei punti di riferimento per il sistema difensivo dello Stato dei Presidii; in questo periodo la struttura venne ulteriormente fortificata dagli Spagnoli al fin di migliorarne la funzionalità.
La torre subì gravi danneggiamenti a seguito di una violenta incursione piratesca avvenuta poco prima della metà del Settecento, più precisamente nel 1740. Dopo aver ripreso le sue funzioni, divenne un temporaneo presidio napoleonico agli inizi dell'Ottocento, per poi passare in seguito nel territorio amministrato dal Granducato di Toscana.
Definitivamente dismessa dopo l'Unità d'Italia, nel 1877 fu venduta a privati.
La Torre Ciana si presenta come una struttura architettonica a pianta circolare, disposta su tre livelli, con un possente basamento a scarpa cordonato sul quale trova appoggio la parte superiore dell'edificio turriforme.
Le pareti esterne si presentano con alcuni tratti rivestiti in pietra ed altri con intonaco scialbato; in alcuni punti si aprono feritoie e piccole finestre da cui venivano svolte, in caso di necessità, le funzioni di difesa attiva.
La porta di accesso è situata al piano rialzato, sopra il cordone del basamento a scarpa, ma è rimasta isolata a seguito della scomparsa dell'originaria rampa di scale esterna che vi conduceva; la parte alta, priva di coronamento, presenta i segni del degrado e dell'abbandono dell'ultimo secolo, pur essendo visibili i resti di mensole sporgenti che costituivano l'appoggio per l'originario coronamento sommitale.
La torre è circondata dai resti delle cortine murarie che cingevano il fortilizio eretto dagli Spagnoli nella seconda metà del Cinquecento, dai quali è possibile identificare la pianta trapezoidale che lo caratterizzava, addossandosi con il lato corto alla parete esterna della torre rivolta verso terra.

il Forte Filippo di Porto Ercole

Il forte Filippo è una fortificazione costiera situata nel comune di Monte Argentario, sulla vetta di un promontorio che domina da nord-est la frazione di Porto Ercole e l'intera baia del porto vecchio.

Ingresso con ponte levatoio
L'attuale fortificazione venne costruita dall'architetto Giovanni Camerini poco dopo la metà del Cinquecento, nel luogo dove sorgeva una struttura di avvistamento di epoca precedente, per implementare e migliorare il sistema difensivo dello Stato dei Presidi. Lo stesso architetto aveva partecipato anche alla realizzazione di altre strutture difensive della zona, tra i quali il forte Stella.
Il luogo scelto dagli Spagnoli per la costruzione del complesso difensivo era già sede del forte Sant'Ermo, opera difensiva realizzata dai Senesi nel corso del Quattrocento per potenziare il sistema difensivo lungo il tratto litoraneo meridionale del territorio allora amministrato dalla Repubblica di Siena. Con il passaggio dell'intera zona nello Stato dei Presidi, la preesistente fortificazione senese non era ritenuta idonea per integrarsi nel nuovo sistema difensivo: fu così decisa la sua demolizione per lasciare posto all'attuale struttura fortificata che venne realizzata nel 1558. La denominazione fu scelta in onore di re Filippo II di Spagna che incaricò direttamente il Camerini di eseguire i lavori.
La fortificazione alla moderna così realizzata iniziò a svolgere le sue funzioni di avvistamento e all'occorrenza anche di difesa ed offesa, con la possibilità di un'integrazione attiva con la vicina torre del Mulinaccio; vista la sua posizione sulla vetta di un poggio impervio difficilmente raggiungibile, il complesso era ritenuto praticamente inespugnabile e, in caso di attacchi nemici, diveniva la sede dello stato maggiore.
Tra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento furono effettuati vari interventi di ristrutturazione, dai Francesi durante il periodo napoleonico e dai Lorena dopo il passaggio dell'intero territorio nel granducato di Toscana. Proprio in quest'epoca fu decisa la realizzazione della cappella di San Nicola al posto di quella preesistente tardocinquecentesca.
Dopo l'Unità d'Italia il complesso fu gradualmente dismesso dalle originarie funzioni militari, per essere poi trasformato in carcere alla fine dell'Ottocento e, durante la seconda guerra mondiale, divenne luogo di rifugio per la popolazione durante i numerosi bombardamenti che colpirono la zona.
Nella seconda metà del secolo scorso il complesso fu ceduto a privati, in seguito restaurato e riportato agli antichi splendori; i fabbricati situati all'interno del fortilizio, che in passato erano adibiti a funzioni militari, sono stati trasformati in edifici abitativi. Prima che venissero effettuati i definitivi interventi di ristrutturazione, il complesso appartenne anche ai principi Corsini di Firenze.
Bastione nord-orientale
Il forte Filippo si presenta come un imponente complesso fortificato che si sviluppa a pianta quadrangolare, con un fortilizio che delimita l'intera struttura difensiva costituito da una doppia cortina muraria con massiccio basamento a scarpa cordonato, che a sua volta racchiude un ampio e profondo fossato che divide il fortilizio esterno da quello interno. Le doppie mura di cinta delimitano a ciascun angolo un doppio bastione di forma triangolare, esterno ed interno, oltre ad un quinto bastione singolo minore che si sviluppa a pianta pentagonale sporgendo dalla cortina muraria esterna lungo il lato settentrionale del complesso. In alcuni tratti si è conservato il camminamento di ronda lungo i parapetti murari del fortilizio. La particolarità architettonica che contraddistingue nell'insieme il fortilizio è l'asimmetria dei bastioni angolari, che lungo le cortine murarie esterne conservano le nicchie ove venivano collocate le armi di attacco e di difesa attiva. Dal bastione settentrionale, una cortina muraria si distacca ponendosi a protezione del sentiero di collegamento tra la fortificazione e la vicina torre del Mulinaccio, mentre a est vi erano collegamenti in superficie con il forte Santa Caterina.
Bastione sud-orientale
L'accesso alla fortificazione avviene dal lato orientale del complesso, dove una porta d'ingresso ad arco tondo si apre presso il rivellino immettendo sul caratteristico ponte levatoio che conduce alla seconda porta che si apre lungo la cortina muraria interna rivestita in pietra: quest'ultima porta si presenta ad arco ribassato rivestito in travertino, sopra il quale è collocato una grande stemma della Spagna.
Cannoniera
Dall'ampio cortile interno sono raggiungibili gli edifici che in passato erano adibiti a funzioni militari. Essi ospitavano una polveriera, un presidio di primo soccorso, gli alloggi delle sentinelle e magazzini di deposito; tra loro spicca ancora la presenza del corpo di fabbrica ad aula unica della settecentesca cappella di San Nicola. Vari fabbricati sono adibiti ad abitazioni a seguito dei restauri effettuati nella seconda metà del secolo scorso.
In alcuni ambienti interni è stato allestito un museo privato visitabile su appuntamento.


Paganico la Chiesa di San Michele Arcangelo

La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel centro storico di Paganico, località del comune di Civitella Paganico situata nei pressi del fiume Ombrone.

L'edificio religioso fu costruito in un lungo periodo di tempo a cavallo tra la fine del Duecento e la metà del Trecento ed era inizialmente adibito a funzioni conventuali: i lavori ebbero inizio nel 1296 e terminarono soltanto nel 1345.
Nella seconda metà del Cinquecento venne dismesso il convento e la chiesa divenne la pieve di riferimento della zona; in epoche più recenti, l'edificio religioso è divenuto propositura, svolgendo ancora oggi le funzioni parrocchiali di Paganico.
In epoca barocca venne trasformata gran parte della navata interna, mentre una serie di interventi di ristrutturazione avvennero nel corso del Settecento, quando fu aggiunto il campanile nella parte laterale posteriore sinistra rispetto alla chiesa.
Nel 1933 l'edificio religioso subì pesanti restauri che hanno modificato la facciata originaria.

La chiesa si caratterizza per una semplice facciata, col portale sormontato da un arco a tutto sesto; nella parte superiore si apre un piccolo rosone. Il campanile si presenta tozzo.
Al suo interno, è conservato nell'abside un ciclo di affreschi trecenteschi attribuiti al pittore di scuola senese Biagio di Goro Ghezzi, uno dei più importanti dell'epoca realizzati in provincia di Grosseto: l'intero ciclo, completato nel 1368, copre tutte le pareti e la volta del coro e raffigura le Storie di San Michele Arcangelo tratte dai Vangeli apocrifi.
Un'altra opera d'arte di rilievo è una tavola rinascimentale, raffigurante la Madonna in trono e santi, realizzata nel 1476 da Guidoccio Cozzarelli. Le altre tavole e gli affreschi spaziano tra il Trecento e il Quattrocento: la Madonna col Bambino in trono e i Santi Giovanni Battista, Michele, Gregorio Magno e Sebastiano fu realizzata tra il 1470 e il 1480 da Andrea di Niccolò.
Nella chiesa è custodito anche un Crocifisso quattrocentesco, forse opera di un artista nordico, che secondo la tradizione in passato fu spesso al centro di contese tra gli abitanti di Civitella Marittima e quelli di Paganico; di pregevole fattura è anche un grande ciborio eucaristico a forma di tempio architettonico in legno intagliato e dorato con gli specchi interni dipinti dal Riccio (1538-40 ca.).

Ansedonia la Torre di San Biagio

La Torre di San Biagio si trova sul promontorio di Ansedonia, nel comune di Orbetello, in una posizione a picco sul mare all'interno di un complesso privato, non lontano dal caratteristico Spacco della Regina.La torre venne costruita in epoca medievale con funzioni di avvistamento lungo il tratto costiero a sud del promontorio di Ansedonia.Nella seconda metà del Cinquecento la struttura passò agli Spagnoli che la integrarono nel sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidii; nello stesso periodo furono fatti lavori di ampliamento e di ulteriore fortificazione del complesso per renderlo più funzionale.Tuttavia, nei secoli successivi ci fu una graduale dismissione della torre, ritenuta meno strategica rispetto a quelle vicine; fu l'inizio del lento ed inesorabile declino della fortificazione costiera.Nel secolo scorso, il suo inglobamento all'interno di un complesso privato ha permesso di salvare e conservare dignitosamente l'imponente rudere rimasto in piedi.La Torre di San Biagio si presenta sotto forma di rudere ben recuperato e conservato, addossato sul lato che guarda verso il mare ad una costruzione più recente.La fortificazione conserva benissimo l'altissimo e imponente basamento a scarpa, cordonato nella parte sommitale, che si presenta a forma di piramide tronca a sezione quadrangolare.Le pareti esterne, rivestite in pietra, presentano alcune finestre ad arco ribassato che si aprono in coppia, disponendosi su tre distinti livelli; esse sono il frutto di interventi di epoca successiva a quella della torre.Al di sopra del grosso basamento a scarpa, risultano appena abbozzate le strutture murarie che costituivano le pareti esterne della torre, con gli evidenti segni del lungo periodo di degrado dei secoli passati. Tutto ciò lascia immaginare che la torre fosse, in passato, una delle più alte e imponenti dell'intera costa maremmana.

Argentario la Torre delle Cannelle

La Torre delle Cannelle è una torre costiera situata a Monte Argentario, in posizione a picco sul mare lungo la sponda sud-occidentale del promontorio dell'Argentario, raggiungibile dalla strada panoramica litoranea.
Costruita su progetto dell'architetto Francesco di Giorgio Martini in epoca rinascimentale, più precisamente durante il Quattrocento, la torre sorse come luogo con funzioni di avvistamento e di difesa attiva e passiva lungo il tratto litoraneo meridionale della Repubblica di Siena.
La struttura difensiva costiera fu ulteriormente rafforzata dagli Spagnoli nella seconda metà del Cinquecento, con lo scopo di farla diventare uno dei punti inespugnabile all'interno del sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidii, visto il precedente di un'incursione piratesca che ebbe come obiettivo proprio questa torre nel 1514.
La torre svolse le sue funzioni militari, con compiti di difesa e di avvistamento, fino alla fine dell'Ottocento, dopo essere diventata temporaneamente un presidio napoleonico all'inizio dei quel secolo, ed essere successivamente passata al Granducato di Toscana, sotto la cui amministrazione vennero migliorate alcune strutture preesistenti. La decisione della definitiva dismissione avvenne quando oramai era già stata raggiunta l'Unità d'Italia e venne riorganizzato il sistema difensivo lungo la costa del promontorio dell'Argentario. In seguito, la torre venne venduta a privati.
La Torre delle Cannelle si presenta a pianta esagonale (unica torre costiera toscana con tale planimetria), disposta su tre livelli, poggiante su un possente ed alto basamento a scarpa cordonato.
Le strutture murarie, che in alcuni punti superano lo spessore di 3 metri, si presentano esternamente prevalentemente scialbate. La parte alta presenta un tratto coronato da archetti ciechi e mensole su cui trova appoggio il muro protettivo della terrazza sommitale. Di epoca relativamente recente è il seminterrato che è stato ricavato all'interno dell'edificio turriforme, nello spazio racchiuso dal basamento a scarpa.
La torre è circondata quasi interamente da un ampio fortilizio a pianta poligonale irregolare, delimitato da alte e spesse cortine murarie, sul cui lato che guarda verso terra è presente un edificio annesso che originariamente ospitava gli alloggi della guarnigione. La costruzione del fortilizio, che presenta sul lato rivolto verso terra due vertici basionati, risale agli interventi di rafforzamento effettuati dagli Spagnoli nella seconda metà del Cinquecento; di epoca successiva risulta invece il fabbricato incorporato, la cui esistenza è accertata per la prima volta attorno alla metà dell'Ottocento.

Ansedonia Torre di San Pancrazio

La Torre di San Pancrazio si trova sul promontorio di Ansedonia, nel comune di Orbetello, in una posizione a picco sul mare all'interno di un complesso privato.
La torre venne costruita nel Cinquecento dai Senesi e poi potenziata Spagnoli per rafforzare il sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidi.
La fortificazione ha svolto funzioni di avvistamento, di difesa ed offesa fino agli inizi dell'Ottocento, epoca in cui iniziò la graduale dismissione a seguito dell'annessione dell'intero territorio al Granducato di Toscana.
Nel corso del secolo scorso, la torre è rimasta inglobata all'interno di un complesso privato, trovandosi adesso quasi addossata a edifici di epoca più recente.
La Torre di San Pancrazio si presenta a sezione circolare, con possente basamento a scarpa cordonato. La porta di accesso si trova al piano rialzato, sopra il cordone del basamento, ed è raggiungibile attraverso una rampa di scale esterna munita di ponte levatoio finale.
Le pareti scialbate presentano alcune finestrelle che si aprono ad altezze diverse, mentre la parte alta risulta priva di coronamenti sommitali.

Orbetello la Città di Cosa

La colonia romana di Cosa fu fondata nel 273 a.C., fu costruita in una posizione strategica su di una collina dominante la costa tirrenica. La colonia fu fortificata con imponenti mura. L’area abitata fu costruita successivamente, dal momento che fu data la precedenza alle fortificazioni e ai palazzi pubblici.Sulla cima della collina si trovava l'”arx”, il centro religioso, con il “Capitolium”, il tempio dedicato a Giove-Giunone-Minerva, simbolo della religione di stato dell’epoca. Nella parte bassa c’era invece la “Piazza del Foro”, con il centro dell’attività politica della città. La città di Cosa fu molto importante nel III e II secolo a.C. quando fu notevolmente ampliato il porto e furono incrementati i traffici commerciali.
Ai piedi della città fu costruito il “Portus Cosanus”. Tutta la zona portuale fu attrezzata con importanti strutture tagliate nella viva roccia, uno di questi lavori di alta ingegneria romana è la famosa “Tagliata” chiamata popolarmente erroneamente etrusca.Nei secoli successivi Cosa perse gradualmente la sua importanza probabilmente a causa delle scoribande di pirati e dell’insbbiamento graduale del porto. La città si spopolò quasi completamente durante l’epoca del tardo impero. Nel medioevo vi furono costruite delle fortificazioni, che passarono di mano diverse volte, infine nel 1330 i senesi distrussero completamente quanto restava di Ansedonia.Dell’antica città romana oggi restano imponenti ruderi, cin resti di edifici e strade, solo in parte scavati, la gran parte della città è ancora da scoprire. Lungo il mare sono visibili la Tagliata, una spaccatura artificiale nella roccia eseguita dai romani per evitare l’insabbiamento del porto, e il più antico Spacco della Regina, un misto di opera naturale e umana che aveva funzioni simili dalle Tagliata. I resti del porto e dei moli sono parzialmente sommersi nel mare.Lungo la spiaggia si trova la torre del XV secolo della Tagliata, accanto alla quale sono i resti di una villa romana. Nell’interno non lontano dalle rovine di Cosa si trovano altre ville romane la più importante delle quali è la Villa di Settefinestre risalente al I e II secolo d.C.

Arcidosso il Monte Labbro



Il monte Labbro (1.193 metri) è una montagna che si eleva all'estremità sud-occidentale del cono vulcanico del monte Amiata, nel cuore della Riserva naturale del Monte Labbro e del Parco faunistico del Monte Amiata.La dizione "monte Labro" è da intendersi ugualmente corretta, in quanto usata in molte versioni geografiche, e che una ricerca sull'etimo indica come probabilmente più appropriata, poiché labro sembra derivare da Quinto Fabio Labeone, generale e console romano, oppure dal termine labrys (ascia bipenne) di origine lidia o minoica, che Erodoto e altri storici indicano come i popoli progenitori degli etruschi.Il rilievo montuoso si innalza ai limiti sud-occidentali del territorio comunale di Arcidosso, chiudendo a sud la sponda occidentale del massiccio amiatino, quasi in continuità con i rilievi del monte Buceto, monte Aquilaia e Poggio all'Olmo.
L'area del monte Labbro, oltre ad essere nel cuore di due aree protette ad elevato interesse naturalistico e paesaggistico, è nota per la presenza sulla sua sommità della Torre Giurisdavidica, costruita e legata alla figura di Davide Lazzaretti, e per il tempio di Merigar West, fondato negli anni ottanta dalla comunità tibetana, che qui ha trovato rifugio spirituale. I principali centri abitati del monte Labbro sono Zancona e Le Macchie, ambedue frazioni di Arcidosso.

Civitella Paganico il Castello di Casenovole





Il castello di Casenovole si trova nel territorio comunale di Civitella Paganico (GR). L'ubicazione dell'edificio è lungo la vecchia strada leopoldina che dalla località di Fercole si snoda verso sud-est in direzione di monte Antico, dopo aver superato l'abitato di Fercole.
Il castello sorse in epoca medievale nei pressi di una pieve e rimase sotto il controllo degli Ardengheschi fino al Duecento, per passare nel secolo successivo ai Buonsignori dopo una serie di lotte tra più famiglie per il controllo dell'intera zona.
Anche dopo essere entrato a far parte della Repubblica di Siena, il castello continuò a rimanere di proprietà privata, subendo nel corso dei secoli numerose ristrutturazioni che hanno modificato l'ori castello di Casenovole, situato in posizione dominante sulla sommità di un poggio, si presenta come una imponente struttura fortificata, costituita da due corpi di fabbrica di altezza diversa, addossati tra loro.
Il corpo di fabbrica principale, più basso e a pianta rettangolare, ospitava in passato la residenza padronale degli Ardengheschi; su un lato, si addossa alla torre di avvistamento a sezione quadrangolare. Le strutture murarie si presentano in pietra, con alcuni elementi originari medievali inglobati tra quelli risalenti agli interventi di ristrutturazione degli ultimi secoli.
Presso il castello sorge la chiesa di San Giovanni Battista, di origini trecentesche, sorta inizialmente come cappella gentilizia ed elevata a pieve in epoca rinascimentale.
ginaria struttura, pur mantenendo in vari punti elementi risalenti alla costruzione originaria.

Capalbio le Mura


Le Mura di Capalbio costituiscono la cerchia difensiva dell'omonimo borgo. Una prima cinta muraria, di origini medievali, fu costruita dagli Aldobrandeschi tra l'XI e XII secolo, con funzioni di difesa e avvistamento, attorno alla Rocca di Capalbio che costituiva il centro del potere feudale dell'epoca. Nel corso del Quattrocento, mentre Capalbio era amministrato dalla Repubblica di Siena, furono effettuati lavori di riqualificazione alla primitiva cerchia. Grazie a questi interventi, il borgo fu interamente circondato da una doppia cinta muraria, grazie alla realizzazone del secondo ordine di mura più esterno e alla costruzione della Porta Senese sul lato settentrionale attiguo alla rocca. Da allora, le mura sono rimaste pressoché intatte fino ai giorni nostri; recenti interventi di restauro conservativo hanno riportato il monumento agli antichi splendori. Attualmente le Mura di Capalbio, in pietra locale, si presentano come una caratteristica doppia cerchia, con la cinta interna, più bassa, di epoca medievale e quella esterna, più alta, del periodo rinascimentale. Le mura sono intervallate da una serie di torrioni, la quasi totalità a base quadrata. Le cortine murarie presentano tratti di basamento a scarpa sul lato esterno e coronamenti di merlature sommitali; alcuni tratti coincidono con pareti esterne di edifici, dove vi si possono aprire porte e finestre. Molto caratteristico è il doppio camminamento di ronda, situato a livelli differenti. Tra le due porte, spicca certamente la Porta Senese, sul lato nord, dove vi è collocata una lapide del 1418 a ricordo della ristrutturazione delle mura e uno stemma mediceo del 1601, inserito dopo l'annessione di Capalbio al Granducato di Toscana.

Grosseto Piazza Dante

Piazza Dante è la piazza principale di Grosseto, sede dei più importanti edifici della città.La piazza, dalla caratteristica forma trapezoidale, è stata realizzata tra il Duecento e il Trecento ed è costituita da due aree che si ricongiungono l'una con l'altra, senza soluzioni di continuità, dinanzi al sagrato della cattedrale.
L'area principale della piazza è compresa tra la fiancata meridionale destra del Duomo, la facciata principale di Palazzo Aldobrandeschi e il loggiato che si articola senza soluzione di continuità sul lato meridionale e su quello occidentale. Al centro di un'area leggermente rialzata, sotto la quale si trovava una cisterna, si trova il Monumento a Canapone (il granduca Leopoldo II di Lorena), che sorge nel punto dove nei secoli scorsi doveva essere presente il pozzo della corrispondente cisterna sottostante. L'area che racchiude la cisterna interrata è delimitata da una serie di colonnini e catene, che hanno portato i Grossetani a denominare "Piazza delle Catene" questa sezione di Piazza Dante.
L'altro spazio di superficie minore che costituisce la piazza si estende tra il sagrato della cattedrale, il Palazzo Comunale, costruito a partire dal 1867 nel punto in cui sorgeva la chiesa di San Giovanni Decollato, e il novecentesco edificio con loggiato che venne costruito negli anni immediatamente successivi al Ventennio fascista (1947-48) al posto dell'antico Palazzo dei Priori, il cui aspetto è visibile soltanto in alcune stampe d'epoca.
All'estremità settentrionale di Piazza Dante ha inizio Corso Carducci, principale via del centro storico che conduce fino all'area di Porta Nuova; all'estremità sud-orientale della piazza ha origine Strada Ricasoli che conduce a Piazza del Sale dinanzi a Porta Vecchia.
Da notare, infine, la Colonna romana collocata all'angolo destro della facciata del Duomo che, dal periodo medievale fino alla metà dell'Ottocento, aveva trovato posto nella parte meridionale della piazza.

Roccalbegna il Cassero Senese

 

Il Cassero Senese di Roccalbegna è una fortificazione che sovrasta il borgo era un fortilizio minore, usato essenzialmente come punto di vedetta; costituiva il sistema difensivo del centro di Roccalbegna assieme alla Rocca aldobrandesca situata alla sommità dell'altra rupe. Probabilmente, venne costruito agli inizi del XIII secolo dai conti Aldobrandeschi. All'inizio del XV secolo, a causa della perdita della sua importanza strategica, il cassero, allora di proprietà dello Stato senese, fu lasciato in abbandono.
Nel 1446 i Castellani Domenico d'Andrea e Gherardo di Mariano si proposero di restaurarlo a fini strettamente abitativi. Nel 1555 lo Stato senese passò sotto il Granducato di Toscana e nel 1565 Roccalbegna venne concessa dal Granducato agli Sforza della Contea di Santa Fiora. Restò feudo granducale fino al 1751. Con l'abolizione di tutti i feudi, Roccalbegna tornò a costituire comunità giurisdicente fino al 1838, quando fu affidata al vicario regio di Arcidosso.
In corrispondenza dell'attuale giardino, costituito da un ampio prato e alberi d'alto fusto, sorgeva un giardino all'italiana, dotato di un "piccolo casino", risalente al XVII secolo. Di questo giardino non sono rimaste tracce ma approfondite ricerche storiche ipotizzano che questo fosse molto simile al contemporaneo giardino connesso al complesso palatino di Santa Fiora.

Scarlino la Chiesa di San Donato

Chiesa madre di Scarlino da sempre, San Donato si trova nella parte bassa del paese. Documentata fin dal XII secolo, e dagli inizi del Trecento proprietà degli agostiniani, che già occupavano l’attiguo convento, ha subito numerose ristrutturazioni: l’ultima, nel 1929, aveva l’intento di restituire l’originaria austerità romanica.
L’edificio si presenta in stile gotico-romanico con pianta a croce latina e facciata a capanna. All’interno, sulla parete sinistra della navata, molto bello è l’affresco di scuola senese della Madonna con il Bambino tra due santi, della metà del Quattrocento. Sul lato sinistro del presbiterio, in alto, è murato il monumento sepolcrale realizzato nel 1471 per i fratelli Vanni ed Emanuele della famiglia Appiani, signori di Scarlino. Il sepolcro, in marmo, è stato realizzato da un raffinato scultore toscano che si richiama a illustri modelli fiorentini.
Vicino al presbiterio, sopra un pulpito in castagno intagliato nel 1929, è collocata la più importante opera presente a Scarlino: si tratta di una tavola di un artista di cultura nordica del XVI secolo, rappresentante la Crocifissione.
Attiguo alla chiesa, il convento è composto da un chiostro, un refettorio, grandi magazzini, celle ampie e terrazze belvedere costruiti perlopiù nel tardo Settecento quando l’edificio venne adibito ad albergo.

Grosseto Corso Carducci


 
Corso Carducci è la via principale del centro storico di Grosseto.
Situata nell'area pedonale, la strada si sviluppa dritta in direzione sud-nord, coincidendo con un tratto dell'antico tracciato della Via Aurelia che attraversava il centro storico cittadino.
Il corso è stato realizzato con un ampliamento della sede stradale tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, abbattendo alcuni porticati sporgenti che immettevano ai relativi edifici. Gran parte dei fabbricati che si affacciano lungo il corso hanno pertanto subito lavori di ristrutturazione e, talvolta, di ampliamento, rispettivamente per consentire l'allargamento della via precedente e per rendere maggiormente scenografico lo scenario lungo il corso.
La via ha inizio dalla parte settentrionale di Piazza Dante, proprio parallelamente al fianco sinistro del Palazzo Comunale, e termina presso Porta Nuova, nel punto in cui era collocata durante il secolo scorso la Barriera di Porta Nuova, caratteristica cancellata in ghisa che sostituì l'antica porta. Il corso è, indiscutibilmente, la principale via dello shopping cittadino.
Procedendo da sud a nord, vi si affacciano, sul lato destro, il fianco sinistro del Palazzo Comunale, il Palazzo Vescovile, alcuni palazzi in stile neoclassico e liberty, tra i quali Palazzo Berti, Palazzo Cappelli, Palazzo Pallini, Palazzo Tognetti e il Palazzo del Genio Civile, oltre alla facciata principale della Chiesa di San Pietro nei pressi della quale, sul lato opposto, si trova il Palazzo Be

Paganico il Cassero Senese

 


Il Cassero Senese è la principale struttura fortificata dell'omonima località del comune di Civitella Paganico.
Un primo complesso fortificato fu eretto dai Senesi attorno alla metà del Duecento per il controllo della via di comunicazione lungo il fiume Ombrone che da Siena conduceva verso Grosseto.
A seguito della devastazione subita nel 1328 per opera delle truppe di Castruccio Castracani, fu completamente ricostruita la cinta muraria, con 4 possenti fortificazioni, una per ogni lato; a nord-est venne edificato l'imponente complesso del Cassero Senese.
Le strutture fortificate, assieme al centro storico di Paganico, fecero parte della Repubblica di Siena fino alla metà del Cinquecento, epoca in cui, a seguito della definitiva caduta dello stato senese, entrarono a far parte del Granducato di Toscana e, da allora, ne seguirono le sorti.
Nel corso dei secoli successivi il luogo perse l'importanza strategica che aveva assunto nelle epoche precedenti ed andò incontro ad un lento declino. Le conseguenze del degrado sono state la perdita di molte parti dell'originaria cinta muraria e il diroccamento di quasi tutte le fortificazioni. Mentre il Cassero Senese si è ben conservato, le altre strutture hanno perso quasi completamente gli originari splendori; solo la Porta Grossetana, situata sul lato opposto rispetto al Cassero, si è mantenuta discretamente.
Il Cassero Senese di Paganico si presenta come una possente fortificazione costituita da due distinti corpi di fabbrica addossati tra loro. Entrambi rivestiti in pietra e laterizio, si caratterizzano per una serie di finestre che si aprono, nella parte superiore, sia verso l'esterno che verso il centro del paese.
Il corpo di fabbrica principale presenta, al livello stradale, una doppia porta costituita da un doppio arco sia sul lato esterno che su quello interno, dove l'arco a sesto acuto riempito poggia su quello sottostante ribassato. Mentre all'esterno i caratteri stilistici risultano piuttosto semplici con una finestra quadrata che si apre tra i due archi, nel lato interno la porta è decorata in travertino e marmo bianco e presenta lo stemma bianco e nero di Siena al di sopra dell'arco inferiore ribassato, sopra il quale vi è una finestra quadrangolare ripartita in due sezioni.
Le finestre che si aprono su questo corpo di fabbrica si dispongono su due livelli alla sommità della parete interna, separati tra loro da cordonature, mentre sul lato esterno ci sono tre finestre quadrate sopra l'arco a sesto acuto che si dispongono a triangolo, mentre quelle che si aprono sulla parte sommitale sono disposte su un unico livello che poggia su una serie di mensole sporgenti che racchiudono altrettanti archetti ciechi.
La torre, più alta e stretta rispetto al corpo di fabbrica attiguo, presenta anche alcune feritoie che lasciano immaginare il ruolo di difesa ed offesa, oltre alle funzioni di avvistamento.

Cinigiano la Chiesa di San Michele Arcangelo


 


Sede di fonte battesimale alla metà del Quattrocento, fu riedificata alla fine del Cinquecento, quando fu realizzata la facciata in mattoni animata da lesene con un rosone centrale e un coronamento ad archetti. Nel transetto si trovano due eleganti altari con la Trinità con angeli, di bottega nasiniana, e la venerata Madonna delle Grazie di Daniele Lonati (1793). L'opera di maggior rilievo è la Crocifissione e i Santi Francesco, Marco e Sigismondo (1601) di Francesco Vanni. Il dipinto seicentesco con San Giovanni Battista e la Madonna col Bambino che consegna lo scapolare a San Simone Stock è interessante per la veduta di Cinigiano nello sfondo. Da segnalare l'acquasantiera a fusto (1596), e un mobile da sacrestia dell'inizio del Seicento.

Grosseto Palazzo Aldobrandeschi


 

Palazzo Aldobrandeschi, sede della Provincia di Grosseto e noto anche come Palazzo della Provincia, è uno dei principali palazzi del centro storico di Grosseto. La facciata principale dell'edificio, rivolta verso ovest, si affaccia su Piazza Dante e ne delimita il lato orientale, presso il quale vi è l'imbocco di Strada Ricasoli che, scendendo leggermente, conduce a Piazza del Sale.
Un primo fabbricato, costruito in epoca medievale, era collegato alla vicina rocca aldobrandesca, presso la quale sorgeva anche una chiesa, dedicata a San Giorgio; sia la chiesa che l'intero complesso della rocca sono scomparsi nel corso dei secoli, lasciando posto agli attuali edifici situati tra il lato meridionale di Piazza Dante, il Cassero del Sale e il lato sud-occidentale delle Mura medicee. Con l'abbandono e la susseguente demolizione della rocca, il palazzo divenne la residenza cittadina degli Aldobrandeschi.
In epoca medievale e anche nei secoli successivi, il preesistente palazzo aldobrandesco doveva certamente ospitare alcune istituzioni legate alla vita cittadina dell'epoca che, una volta persa l'indipendenza, erano sottomesse prima a Siena e successivamente al Granducato di Toscana.
Il graduale spopolamento della città, dovuto alle migrazioni verso le colline dell'entroterra a causa del dilagare della malaria, portò ad un lungo periodo di decadenza, sia per la città che per le sue sedi istituzionali. Il lento e inesorabile degrado, protrattosi per alcuni secoli, culminò con la decisione di abbattere e ricostruire quel che rimaneva dell'antico palazzo aldobrandesco.
Agli esordi del 1898 cinquecento cittadini grossetani inviano al consiglio provinciale una petizione per l'acquisto e il ripristino dell'antico Pretorio, destinandolo a sede degli uffici della provincia: il palazzo, dopo essere stato per lungo tempo la sede del Podestà, ospitava all'epoca appartamenti privati e botteghe ed era composto da quattro diversi nuclei accorpati. Dopo aver accantonato, per la forte opposizione della popolazione, l'ipotesi di costruire la propria sede fuori delle mura, il consiglio provinciale delibera il progetto di nuova costruzione dell'immobile, demolendo gli edifici preesistenti. Vengono incaricati della redazione del progetto l'architetto Lorenzo Porciatti e l'ingegner Ciriaco Salvadori; la commissione giudicatrice, presieduta dall'architetto Guglielmo Calderini di Perugia, orienta la scelta verso il progetto del grossetano Porciatti, in considerazione dei costi e dell'aspetto estetico dell'opera.
Sulla stampa locale dell'epoca si legge:
« dal lato decorativo verrà restituito a Grosseto il migliore dei suoi monumenti civili, ripristinando con l'elegantissimo stile gotico senese della facciata e dei fianchi uno di quegli edifici che l'ignoranza degli uomini e la barbarie dei tempi deturparono. »
Il progetto realizzato, diverso da quello sottoposto alla commissione, è sostanzialmente rimaneggiato e modificato su "consiglio" del Calderini. Le demolizioni sono avviate nell'autunno del 1899 e i lavori, eseguiti dalla ditta Piero Ciabatti di Grosseto per una spesa totale di 68.408 lire, vengono iniziati il 5 aprile del 1900.
Il nuovo palazzo è ufficialmente inaugurato il 31 maggio del 1903 alla presenza delle autorità.
L'edificio è situato nel cuore del centro storico di Grosseto, in un'area che costituisce il centro nevralgico della città "intra moenia", attraversato dal corso decumano dell'asse di via Carducci.
La facciata del palazzo definisce il fronte settentrionale di Piazza Dante, detta anche del Duomo, ed è circondata a ovest dal fianco lapideo della cattedrale e a sud e a est dai due fronti porticati della piazza, caratterizzati dall'accorpamento di diverse unità su tre e quattro piani, alcune delle quali connotate dal medesimo lessico neogotico del palazzo della Provincia.
Il lotto su cui insiste palazzo è delimitato dai due antichi e angusti borghi di via Aldobrandesca (a ovest) e Galilei (a est) e confina a sud con altre unità residenziali.
Il palazzo presenta una pianta poligonale e una volumetria articolata, sviluppata su due, tre e quattro piani fuori terra più un livello ammezzato.
L'edificio è fortemente connotato dal carattere neogotico, rintracciabile nell'articolazione dei volumi e esplicitato negli elementi formali e decorativi, dell'esterno come dell'interno, e nell'uso dei materiali, travertino e mattoni, che rimanda chiaramente agli edifici pubblici del gotico senese.
Il fronte principale, sulla centrale Piazza Dante, presenta un andamento articolato e asimmetrico ed è composto da quattro diversi nuclei costituiti da due torri (più alta quella più prossima al Duomo) intervallate da due corpi più bassi.
Il piano terra, qualificato dal basamento in travertino, è ritmato da una serie di aperture - un portale archivoltato, cinque aperture finestrate e una feritoia - con arco a sesto ribassato e ghiera archiacuta (nelle sei lunette del portale delle aperture sono presenti altrettanti stemmi con simboli araldici).
Il piano nobile è ricondotto a maggior simmetria grazie alla teoria di sette finestre trifore (trilobate, con colonnine in marmo, ghiera in mattoni e stemmi nella lunetta come per i portali sottostanti): la centrale, in realtà una porta finestra, affaccia su un balconcino con mensole in marmo di foggia rinascimentale e davanzale in marmo traforato.
Il terzo piano è caratterizzato da tre bifore (trilobate e con colonnine in marmo) e da una quadrifora in corrispondenza della torre centrale; la torre situata all'estremità occidentale presenta inoltre due luci quadrate, con cornice modanata in marmo, al quarto livello.
Il fronte è concluso da una cornice a beccatelli (con archetti in mattoni e mensole in marmo) e da un attico merlato in mattoni e travertino, laddove i merli sono tagliati da semplici feritoie; tale motivo qualifica gerarchicamente il fronte principale rispetto a quelli laterali, che ne sono sprovvisti.
Sull'angolo con la via Galileo il fronte, smussato, presenta al primo livello un balconcino in marmo, a pianta poligonale, e una finestra con ghiera mistilinea e la merlatura dell'attico è sostituita da un archetto su pilastri che evoca la vela dei campanili medievali, evidente allusione all'antico richiamo della popolazione.
Il lato occidentale, su quattro livelli, è caratterizzato da una muratura in laterizio per i primi tre piani, scanditi da semplici aperture archivoltate, ed è concluso da una loggia a quattro fornici a tutto sesto inserita in un paramento in travertino.
Il lato orientale, su due livelli, è una semplice cortina in mattoni con tre aperture arcate per piano.
Dal portale sulla piazza si accede ad un andito, goticamente caratterizzato grazie alle decorazioni pittoriche delle pareti e della finta volta a crociera; la scala in pietra serena, di ispirazione scarpiana, è invece il risultato del restauro degli anni Novanta.
Alla destra dell'andito si accede ad un'ampia sala riunioni, completamente riqualificata a seguito del recente restauro, e ad alcuni locali di servizio; alla sinistra si giunge alla portineria, alla scala di servizio e all'ascensore.
In asse con l'andito è situato il vano scale, anch'esso medievaleggiante, con volta a crociera su mensole, finestrone triforo e scala a tre rampe con pilastro ottagono in travertino e balaustra a colonnette in pietra serena.
Al piano nobile sono situati gli uffici della direzione e, in corrispondenza con la sottostante sala conferenze, la sala del Consiglio: questa presenta sul lato nord tre monofore archiacute, che affacciano su una chiostrina interna, ed è caratterizzata dalla decorazione neogotica alle pareti (opera come per il piano terra e per le lunette della facciata dei pittori fiorentini Torrini e Vanni) e dai banchi e sedute in legno, progettate dallo stesso Porciatti.
Il terzo piano, al quale si accede dalla scala di servizio, riguarda soltanto due dei quattro nuclei che compongono l'edificio ed è completamente destinato ad uffici distribuiti attorno al centrale corridoio; il quarto piano è composto di un unico vano (l'interno della torre occidentale) e la superficie rimanente è destinata a terrazza praticabile, articolata su diversi livelli e raccordata da scale.

Scansano la Chiesa di San Giovanni Battista

 

Ricordata dal 1276, fu radicalmente ristrutturata nel secolo XVIII. Nella facciata a capanna spicca il portale quattrocentesco con una cornice ad ovoli.
Nell'interno si segnalano gli altari, realizzati nel secolo XVIII in gesso e stucco, e alcuni dipinti: la Madonna che porge il Bambino a Sant'Anna, dell'inizio del secolo XVII; il Martirio di San Sebastiano, attribuito a Stefano Volpi; la Madonna del Soccorso. Un'elegante incorniciatura policroma quattrocentesca a festoni racchiudeva la Madonna dell'uccellino, terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia, rubata nel 1971 e sostituita da una copia.
Nel presbiterio, statua lignea policromata della Madonna, del secolo XV. Nell'abside, pregevole coro ligneo seicentesco.

Monterotondo Marittimo le Biancane

 

Il parco naturalistico delle Biancane è un'area naturale in cui sono ubicate le caratteristiche Biancane nei pressi del centro di Monterotondo Marittimo (GR), che e rappresentano uno dei tanti siti in cui la geotermia caratterizza fortemente il paesaggio al confine fra le province di Pisa e Grosseto. Si ha infatti la presenza di diverse tipologi di manifestazioni geotermiche come soffioni, fuoriuscite di vapore dal terreno, putizze e fumarole. Il nome deriva dal colore bianco delle rocce che caratterizza tutto il paesaggio, infatti, le emissioni di idrogeno solforato causano una reazione chimica con il calcare trasformandolo in gesso. Il vapore che esce dalle fratture delle rocce ha una temperatura di circa 100 °C ed è costituito per il 95% da vapore acqueo e per il restante da anidride carbonica, metano, ammoniaca, acido solfidrico responsabile del caratteristico odore di uova marce, acido borico, azoto, idrogeno ed in minor misura elio, argon, radon ed altri gas nobili. In corrispondenza degli sbocchi di vapore si hanno cristallizzazioni di zolfo di nativo sottoforma di aggregati aciculari o di incrostazioni dovute all'ossidazione dell'acido solfidrico dovute al contatto con l'aria. La presenza dell'acido solfidrico è causa inoltre di un'intesa acidificazione del suolo e la forte aggressività chimica di alcuni componenti dei fluidi geotermici ha prodotto un vistoso sbiancamento del suolo. Tutte le rocce si presentano alterate dalla circolazione dei fluidi geotermici, alterazioni che si manifestano con la scomparsa dei colori originali e con variazione della composizione. Le Biancane con i suoi Lagoni rappresentano una delle aree di competenza del Parco Tecnologico Archeologico delle Colline Metallifere Grossetane. Biancane si trova il Lagone. Il cratere viene alimentato da infiltrazioni di acqua termale provenienti dalla collina sovrastante. L'acqua viene portata ad ebollizione dal vapore che esce dal fondo del pozzo fino a raggiungere la temperatura di 100-150 °C. In alcuni casi l'acqua viene spinta in alto con veemenza sino a raggiungere decine di centrimentri di altezza. Le sperimentazioni per l'estrazione di acido borico, da parte di Uberto Francesco Hoefer, hanno avuto inizio proprio alle Biancane, in particolare presso il Lagone Cerchiaio, anch'esso compreso all'interno del territorio delle Biancane. Il termine Cerchiaio deriva dalla traduzione locale, già in epoca altomedievale, di utilizzo delle acque bollenti per la curvatura dei rami di castagno per la "cerchiatura" delle botti. Fin dai tempi degli Etruschi le acque boriche erano ritenute efficaci per le malattie della pelle, le piaghe, come sollievo per artriti e dolori muscolari e per la cura delle malattie del fegato e dei reni. Attualmente l'acido borico viene utilizzato nella produzione di smalti, per le ceramiche, nell'industria del vetro e in quella farmaceutica. Il sito delle Biancane è infine caratterizzato dalla presenza di pozzi geotermici dai quali fuoriesce vapore ad alta entalpia. Il vapore viene così convogliato ed inviato alla centrale geotermica per la produzione di energia elettrica (potenza 10 MW), situata sul lato ovest . Il vapore viene inviato direttamente alla turbina, e successivamente, condensato e depurato dei gas incondensabili. L’acqua di condensa viene raffreddata e reiniettata nel sottosuolo. A Monterotondo Marittimo iniziò la produzione di energia elettrica da fonte geotermica a livello industriale nel 1916. Nel 1918 venne costruita una centrale di produzione presso il Lago Boracifero da 250 KW. La centrale geotermoelettrica dell'ENEL che si trova presso Le Biancane risale al 1958 ed è stata modernizzata nel 2002. Le quattro centrali situate nel territorio del comune di Monterotondo Marittimo riescono a coprire il 70% dell'intero fabbisogno energetico della provincia di Grosseto tramite lo sfruttamento del vapore proveniente dai pozzi geotermici della zon

Santa Fiora la Peschiera

 


la “Peschiera“ è inglobata nel borgo medioevale di Santa Fiora: è uno specchio d’acqua racchiuso da mura di granito. In origine fu vivaio ittico dei conti Aldobrandeschi, in seguito divenne il centro del parco – giardino rinascimentale che ospitò la visita di papa Pio II Piccolomini nel 1464. Dalla Peschiera ha origine il Fiume Fiora e la sorgente che alimenta gli omonimi acquedotti che dissetano tutta la maremma Grossetana. A lato della Peschiera, inglobato nelle mura di cinta,sorge l’Oratorio della Madonna delle Nevi (XVII° sec.), comunemente detto “ Oratorio della Piscina”. Nella facciata è collocata una terracotta Robbiana raffigurante le Sante Flora e Lucilla.. All’interno affreschi attribuiti al Nasini sotto il pavimento,recentemente ristrutturato con piastre trasparenti , scorre una vena sorgiva nella quale un tempo venivano immerse le fedi nuziali dei novelli sposini. ………. Lasciamo al turista la scoperta del paese ricco di storia e arte, diviso in tre terzieri: Castello, Borgo, Montecatino. Un vecchio adagio recita: “ a Santa Fiora chi ci va ci s’innamora! “……….

Capalbio la Rocca Aldobrandesca

 
 
La Rocca Aldobrandesca di Capalbio si trova nel cuore del centro storico dell'omonima località della Maremma grossetana, denominata anche la piccola Atene. La rocca sorse in epoca medievale come possedimento dell'Abbazia delle Tre Fontane di Roma. Nel corso del Duecento passò alla famiglia Aldobrandeschi che la ampliarono, conferendole un aspetto ancor più fortificato; gli Aldobrandeschi la controllarono a vicende alterne fino alla fine del Trecento, quando la persero definitivamente a vantaggio degli Orsini di Pitigliano. La permanenza di Capalbio e della sua rocca nella Contea degli Orsini fu, tuttavia, molto breve, a causa della conquista da parte dei Senesi avvenuta agli inizi del Quattrocento. Da allora, la Rocca aldobrandesca fu uno degli avamposti più meridionali della Repubblica di Siena. I Senesi eseguirono dei lavori di ristrutturazione, conferendo al monumento architettonico l'aspetto attuale. Nella seconda metà del Cinquecento, con la definitiva caduta di Siena, la fortificazione passò nelle mani dei Medici, seguendo le sorti del Granducato di Toscana. La Rocca aldobrandesca di Capalbio è situata nel punto più alto del borgo ed è costituita da una torre e da un elegante palazzo signorile, addossati tra loro su un lato. La torre costituisce il nucleo originario del complesso e si presenta a sezione quadrangolare poggiante su un basamento a scarpa cordonato; la parte alta è coronata da una merlatura sommitale che poggia su mensole che racchiudono archetti ciechi.

Grosseto la Chiesa di San Giuseppe

 
 
La chiesa di San Giuseppe è ubicata nella zona occidentale della città, lungo via Nazario Sauro. La chiesa fu costruita negli anni trenta del secolo corso, più precisimante a partire dal 1935, su progetto dell'ingegner Ernesto Ganelli. I lavori si protrassero per un lustro, concludendosi all'inizio del 1940, anno in cui vi fu anche la consacrazione del luogo di culto. La chiesa divenne sede parrocchiale, per far fronte alle esigenze degli abitanti residenti nella parte occidentale della città, al di là della ferrovia Pisa-Livorno-Roma, che proprio in quei decenni conobbe una notevole espansione verso quella corrispondente area periferica. La chiesa di San Giuseppe si presenta in stile neoromanico. La facciata è ripartita in tre ordini, corrispondenti alle tre navate interne, in ciascuno dei quali si apre un portale d'ingresso architravato, con lunetta decorata chiusa in alto da un arco a tutto sesto, L'ordine centrale della facciata, di altezza più elevata rispetto a quelli laterali, presenta nella parte superiore un rosone circolare, sopra il quale si sviluppa il coronamento sommitale. Sui fianchi esterni corrispondenti alle due navate laterali si aprono una serie di rosoni circolari, simili a quello della facciata centrale; una serie di bifore con colonnine ed archetti a tutto sesto caratterizzano le parti esterne di altezza superiore, che contribuiscono ad illuminare, dall'alto, la navata centrale. Sul lato destro dell'edificio religioso si eleva il campanile, suddiviso in cinque ordini, ognuno dei quali presenta aperture proporzionali al piano, con colonnine ed archetti a tutto sesto; sulla parte sommitale che contiene la cella campanaria è presente una pentafora. La parte apicale è chiusa da un tetto a quattro spioventi di modesta inclinazione. L'interno è suddiviso in tre navate, separate da colonne in trachite e marmo rosso, con pregevoli capitelli decorativi che danno l'appoggio alle arcate a tutto sesto. Di ottima fattura risultano le vetrate decorative che ornano le varie finestre, ben integrate nell'impianto neoromanico. Ciascuna navata termina con un abside semicircolare.

Giglio Porto la Torre del Saraceno


 

La Torre del Saraceno, nota anche come Torre del Porto, si trova lungo la costa orientale dell'Isola del Giglio, nel cuore della località di Giglio Porto. L'attuale denominazione è stata conferita a seguito di una violenta incursione di una flotta di pirati saraceni, che danneggiò gravemente l'originaria struttura.
La torre costiera, costruita in epoca medievale, era originariamente un possedimento dell'Abbazia delle Tre Fontane di Roma, per poi passare agli Aldobrandeschi con l'inizio del loro controllo dell'isola.
Durante la dominazione pisana, la fortificazione andò probabilmente incontro ad un periodo di abbandono e di degrado che ebbe termine con l'annessione dell'Isola del Giglio al Granducato di Toscana.
I Medici fecero eseguire vari interventi di recupero a partire dalla seconda metà del Quattrocento, ma i più importanti di essi furono effettuati attorno alla metà del secolo successivo per volere di Cosimo I de' Medici. Tuttavia, negli anni successivi, la torre fu bersaglio di numerosi tentativi di assalto, durante uno dei quali venne gravemente danneggiata dai pirati, richiedendo un profondo intervento di ricostruzione verso la fine del Cinquecento, quando la struttura architettonica militare fu ulteriormente fortificata da un rivellino esterno e da altri elementi difensivi.
Ulteriori interventi di ristrutturazione vennero effettuati nel Settecento e all'inizio del secolo scorso: tra di essi ci fu la definitiva dismissione della torre dalle originarie funzioni militari a seguito dell'Unità d'Italia.
La Torre del Saraceno si trova su una scogliera in granito tra le abitazioni di Giglio Porto, in posizione dominante rispetto al vicino porto.
La torre si presenta a pianta circolare, poggiante su un basamento a scarpa cordonato, con pareti rivestite in blocchi di pietra. La parte sommitale, modificata dagli ultimi interventi di restauro, è caratterizzata da una terrazza delimitata da un robusto parapetto che poggia su una serie di mensole che delimitano, a loro volta, altrettanti archetti ciechi.
Lungo le pareti esterne si aprono ad altezze diverse varie feritoie e finestrelle di forma quadrangolare, soprattutto nella parte alta dell'edificio turriforme, ove erano collocate le cannoniere per svolgere le funzioni di attacco e di difesa attiva. Al primo piano rialzato sopra il basamento a scarpa vi è quella che in passato costituiva la porta d'accesso alla struttura difensiva, a cui si giungeva attraverso una rampa di scale esterna che culminava con un ponte levatoio.
Su un lato, la torre è addossata ad altre strutture murarie in pietra che costituiscono i resti del rivellino.

Magliano il Monastero di San Bruzio

Il Monastero di San Bruzio si trova nella campagna a sud-est di Magliano in Toscana, lungo la strada che conduce a Sant'Andrea.
I resti della chiesa, iniziata verso il 1000 dai Camaldolesi e terminata verso la fine del XII secolo, consistono nell'abside, nelle pareti orientali del transetto e negli archi che sostengono la cupola con i pennacchi da cui si sviluppava la calotta ottagonale e si imposta ancora la base del tiburio. I bei capitelli dei semipilastri, decorati con fogliami e teste antropomorfe, sono stati avvicinati a quelli di San Rabano nella comune derivazione di modelli d'Oltralpe.
L'abside ha un'elegante decorazione ad archetti pensili divisi per coppie da esili semicolonne. La perfetta realizzazione della cortina muraria esterna, in grossi conci di travertino perfettamente squadrati, contribuisce al valore anche estetico del rudere.

Sorano la Fortezza Orsini

La Fortezza Orsini di Sorano è un'imponente complesso fortificato e residenziale situato nella parte alta dell'omonima località, in posizione dominante rispetto a tutto l'abitato e al territorio circostante.
La fortificazione sorse come rocca aldobrandesca nel corso del XII secolo.
Ingresso della Fortezza OrsiniDopo essere passata nella Contea di Sovana a seguito della spartizione dei beni della famiglia Aldobrandeschi, il complesso venne ereditato dagli Orsini alla fine del Duecento, che la fecero diventare una delle loro più importanti residenze e il centro del potere della loro contea assieme al Palazzo Orsini di Pitigliano.
L'imponente struttura riuscì a resistere, rimanendo indenne, a tutti gli assedi che vennero condotti dagli Orvietani (XIV secolo), dai Senesi (1416-17 e 1454-55) e dalle truppe dello Stato Pontificio che, in epoche diverse, tentarono più volte la conquista di Sorano per annetterlo al loro territorio.
Nel corso del Cinquecento, furono effettuati una serie di lavori che ampliarono il complesso, renendolo ancor più possente. Tuttavia, la successiva caduta politica della Contea degli Orsini e la conseguente annessione di tutti i suoi territori al granducato di Toscana determinarono la trasformazione della fortezza in presidio militare mediceo, fino alla dismissione avvenuta nella prima metà del Settecento.
Nei secoli successivi, il complesso andò incontro ad un lungo periodo di declino che ha compromesso alcuni punti della struttura; fortunatamente, una serie di interventi di restauro condotti a cavallo tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nuovo millennio, ha permesso di riportare la fortezza agli antichi splendori.
Facciata della Fortezza OrsiniLa Fortezza Orsini di Sorano si presenta come una struttura architettonica molto complessa, raggiungibile dalla parte bassa attraverso una porta, originariamente munita di ponte levatoio.
Dalla porta ha inizio una rampa di scale parzialmente coperta che collega 2 cortili su differenti livelli, disposti attorno alla zona più antica del complesso.
Il castello è il nucleo originario della fortificazione e comprendeva l'antica residenza padronale; il fossato e le cortine murarie a picco erano l'ulteriore dispositivo di difesa del castello. Al suo interno, grazie agli ultimi restauri, sono venuti alla luce alcuni affreschi di scuola senese del Cinquecento; alcuni di questi, voluti da Niccolò IV degli Orsini, raffigurano la celebre canzone di Giovanni Boccaccio "Io mi son giovinetta" (Decamerone, IX giornata).
L'area più antica comprende anche una torre a sezione circolare, che era parte integrante dell'antica rocca aldobrandesca.
La parte cinquecentesca della fortezza è costituita da un edificio, ristrutturato in stile neoclassico, che si trova nella seconda parte del complesso lungo il lato occidentale delle mura, in gran parte compromesso dal degrado dei secoli scorsi. Il fabbricato è collegato a due bastioni angolari a punta, quello di San Marco a est e quello di San Pietro a ovest, dove è collocato anche un grande stemma d'angolo.
L'intero complesso è adibito ad area museale dove ha sede il Museo del Medioevo e del Rinascimento.
Particolare dello StemmaIl fastoso stemma, raffigurante i leoni rampanti e le barre, le rose e l'orso araldico, rappresenta sia la famiglia Aldobrandeschi che quella degli Orsini che ereditò successivamente il complesso.
Il simbolo degli Aldobrandeschi era infatti rappresentato dai leoni rampanti, mentre le barre, le rose e l'orso araldico raffiguravano la casata degli Orsini.

Pitigliano la Chiesa di San Rocco

 

La chiesa fu costruita nel corso del Cinquecento come luogo di culto e di preghiera per i fedeli che abitavano nella corrispondente area del centro storico.
L'edificio religioso fu frequentato per lungo tempo, anche se la riqualificazione delle principali chiese del centro storico fece sì che divenisse soprattutto un luogo di sosta per le preghiere, mentre lo svolgimento delle funzioni religiose veniva privilegiato nelle chiese più ampie.
In tempi relativamente recenti, quasi sicuramente tra il tardo Ottocento e gli inizi del Novecento, il luogo di culto venne chiuso ed in seguito ceduto a privati che lo hanno trasformato ed adibito ad altri usi.
La chiesa di San Rocco si trovava all'interno di un fabbricato, in cui sono ben leggibili le testimonianze delle funzioni religiose a cui era originariamente adibito.
Pur essendo stato perduto l'impianto del portale d'ingresso, viste le modifiche effettuate alla facciata, rimane ben visibile una caratteristica nicchia in posizione rialzata, in cui è collocata una venerata statua, sotto la quale vi è l'iscrizione che ricorda la dedizione al santo dell'originario edificio religioso.
Il fabbricato è stato suddiviso in tre distinti livelli, ove sono state ricavate unità abitativ

Orbetello Porta Media



 


Porta Media o Terra o del Soccorso Costruita da Filippo III e terminata nel 1620, è in travertino e aveva un frontone, due guglie laterali e altri elementi architettonici ora caduti in laguna. Attalmente fra le porte di Orbetello è la meno conservata. Porta a Mare o alle Mulina Fu distruitta nel 1896, si trovava all'estremità occidentale della città, di fronte all'Argentario, nella zona detta il Porto. Porta Nuova a Terra o Porta Moedina Coeli Porta d'ingresso della città, fu costruita sotto la dominazione senese dall'architetto Antonio Maria Lari e terminata dal Cataneo. Risale al 1697 una sua successiva ristrutturazione, sotto il regno di Carlo II, e prese il nome dal vicerè di Napoli allora regnante (Luis Francisco de la Cerde duca di Medinacoeli). La sua funzione era quella di rendere ancora più sicuro il sistema difensivo da terra. Sulla facciata rivolta verso il centro storico, in alto al centro, fu collocato il busto di San Biagio e ancora lo si può vedere rivolgere la benedizione ai cittadini che escono dalla porta. Al di sotto, sopra l'epigrafe che ricorda il completamento dell'opera, lo stemma dei reali di Spagna. Sul lato destro si può invece vedere l'emblema della città di orbetello: il leone che infiocina un pesce.

Follonica il Museo del Ferro e della Ghisa

 

Fondato nel 1995, il Museo nacque per salvare dalla distruzione le fusioni artistiche e i modelli in legno ancora conservati nello stabilimento Ilva nel 1970, al momento della chiusura delle officine; i macchinari delle fonderie furono invece in gran parte demoliti. I reperti, ospitati in varie sedi, furono trasferiti nella sede definitiva del Forno di San Ferdinando nel 1998. L'allestimento documenta l'attività locale di lavorazione artistica del ferro e conserva reperti etruschi e ottocenteschi. La raccolta è costituita da arnesi da lavoro, modelli in legno per opere artistiche di fusione e oggetti in ghisa prodotti nelle fonderie di Follonica. Ne fa parte anche un forno fusorio etrusco originale. Più recentemente, ha acquisito una raccolta di arnesi da lavoro donati da ex fonditori locali. È affiancato da una Mediateca che conserva carte, disegni e un ricco corredo fotografico, oltre a un piccolo numero di testimonianze orali registrate che si riferiscono alla storia dello stabilimento. Il Museo è inserito nel perimetro magonale e fa parte di un affascinante itinerario all'interno dell'area dell'ex stabilimento Ilva. Il percorso presenta suggestive testimonianze della lunga stagione del ferro: il cancello di ferro lavorato e di getti, i casotti di guardia, il palazzo granducale, la palazzina del direttore, la residenza dei dipendenti, le fonderie n. 1 e 2, la torre idraulica, il forno tondo San Ferdinando, il bottaccio, la torre dell'orologio e altri edifici connessi al buon funzionamento del grande stabilimento.